sabato 31 ottobre 2015

HALLOWEEN. STREGHE, DEMONI E INCUBI NELL'ARTE

Halloween è arrivato e per festeggiarlo cosa c'è di meglio che addentrarci nel mondo oscuro dell'arte? Streghe, mostri, demoni e incubi. Tutto quello che c'è di meglio per il 31 ottobre. Ecco alcune opere per voi.



Saturno, è stato dipinto tra il 1820 e il 1823 da Francesco Goya nella sua casa conosciuta come la Quinta del sordo. Secondo la mitologia, il dio Saturno dovette eliminare tutti i suoi figli per evitare che lo spodestassero. 




Il Sabba delle streghe è stato realizzato tra il 1819 e il 1823. In quest'opera Goya rovescia il rapporto tra il mostruoso e l'umano. Il demoniaco si trova non nel demone ma bensì nel genere umano. L'animale che troneggia al centro del dipinto ha perduto i tratti terrificanti, questi sono stati trasferiti alle persone intono a lui. 




Opera di Salvator Rosa, Streghe e incantesimi, 1646.




John William Waterhouse, The Magic Circle, 1886




Angelo Caroselli, La Strega




Angelo Caroselli, La Negromante




Particolare de Il Trittico del giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, 1480-1490




Zdzislaw Beksinski, artista Polacco venuto a mancare nel 2005. Non ha mai dato un titolo alle sue opere.

giovedì 29 ottobre 2015

MOSCHINO: QUANDO LA MODA SI ISPIRA ALL'ARTE


Che il periodo Pop non fosse mai finito si sapeva, o almeno io ne sono profondamente convinta. Ne è una prova che i suoi principali meccanismi regolano ancora oggi le risposte della società. 
La grandezza della Pop-art sta nell'aver capito l'importanza del "cimelio", che è la stessa strategia che regola le più importanti campagne pubblicitarie. Basti pensare a qualche anno fa con i brand tipo la Coca-cola o la Nutella. La personalizzazione di un mero oggetto che possono possedere tutti rende quel determinato oggetto, non più comune ma unico. E' per questa ragione che i gadget funzionano così bene. Perchè le persone comprarono scatoloni di Coca-cola solo per trovare quell'unica con scritto il proprio nome. 


Per questo motivo, in un era post industriale, il gadget non può che continuare a proliferare. Ed è lo stesso principio che ha compreso e fatto suo l'art director di Moschino, Jeremy Scott. Un creativo che vale tutti i soldi spesi dalla Maison. 


E' ormai da tre anni che ci ha abituati a rimandi pop. Scott ha compreso alla perfezione l'era del consumismo in cui siamo, l'ha fatto così tanto bene da rendere attuali opere d'arte ormai datate.



La prima campagna, quella che ha scioccato il mondo della moda, è stata la collaborazione con la nota catena di ristorazione, McDonald's. Modelle filiforme sfilarono con indosso maxi felpe con il brand in primo piano. Un gioco di parole, la famosa M gialla è diventata l'iniziale di Moschino. Tutte le ragazze impazzirono per la cover dell'iphone a forma di pacchetto di patatine. Jeremy ha iconizzato un brand, che è la stessa cosa che fece Andy Warhol.



L'anno dopo ad essere presa come icona è stata la nota bambola, amata da tutte le bambine dagli anni '50 ad oggi, la Barbie. Modelle vestite come la famosa icona di stile, felpe con il logo di Moschino scritto con lo stesso font di quello della Barbie. Altre case di moda, più alla portata di tutti, hanno seguito il suo esempio, penso alla Tezenis che un mese fa è uscita con una campagna interamente dedicata al brand.





Moschino raggiunge il suo massimo con i profumi.
Il primo è di un anno fa: un orsacchiotto di peluche indossa una maglietta con scritto: This is not Moschino toy. Un' ironica riproposta della celeberrima opera di Magritte " Ceci ce n’est pas une pipe". 



Ma quest'anno? Scott si ispira ancora una volta al grande Andy e crea Fresh, un profumo con il packaging di un detersivo, come quello che tutti abbiamo in casa.  Non c'è nulla da fare l'art director di Moschino possiede genialità e furbizia. 

                     





martedì 27 ottobre 2015

BURRI TRIONFA A NEW YORK

Come si fa ad essere artisti appena finita una delle guerre piú atroci di sempre? Si può tornare a disegnare tradizionalmente? Oppure alle avanguardie? Forse nulla a piú senso, nemmeno i soggetti. Forse l'unica cosa da fare è ripartire dalla materia e trattarla, bruciarla, ricucirla ecc come è stato fatto con la nostra anima. Anche se le ferite, non spariranno mai.


Quale modo migliore di festeggiare il centenario di questo grande artista se non con una mostra che ha sbancato il botteghino, se così possiamo dire. 39.000 i visitatori che in sole due settimane sono stati al Guggenheim Museum di New York per la mostra dedicata ad Alberto Burri. The trauma of painting  si compone di circa cento opere, un terzo derivanti dalla Fondazione, altre appartenenti a gallerie e privati.
Burri rimane uno dei più importati artisti italiani del dopoguerra, la sua indagine nella materia è senza fine e condotta con una tale passione e meticolosità da farne il soggetto, l'anima e il corpo della sua produzione. 


In un mondo che rinasceva, Burri sente ancora più forte il dolore della guerra, il trama della pittura appunto. Decide, quindi, di ripartire dall'origine, senza soggetti o senza idealismi da primi del Novecento e si concentra nella materia: la buca, la brucia, la lacera, la ricuce, la riunisce e lascia li, con il peso del mondo e di se stesso addosso. Non è forse il sentimento più alienante che possa esserci?
Ma facendo questo gesto, Burri crea la non forma, il non soggetto che diventano però oggetti e concetti tanto potenti d'avere lo stesso potere di un Urlo di Much, il dolore delle Guernica, l'alienazione di Goya. 


C'è, però, in tutto questo, un talento estremo, che ricompatta l'umanità, o meglio, il futuro ad essa collega. Una terapia che ha la forza di dare un nuovo slancio, un nuovo senso in un mondo che ne è privo.



L'impatto con Burri è fortemente influenzato dalla visione diretta che può avere il visitatore osservandolo dal vivo. Vi invito ad andare alla sua fondazione, o se siete nei paraggi di Milano al Museo del Novecento. Non c'è nulla di meglio per comprendere la sua arte. Un'arte vera, come la vita. 





sabato 24 ottobre 2015

I PEGGIORI STRAFALCIONI NELLA STORIA DELL'ARTE

Una settimana fa ho pubblicato un articolo su una mostra che inaugurerà a breve, di artisti contemporanei. Come anteprima d'immagine per i social ho scelto una delle opere che più mi aggradava, era una scultura. Il tema era decisamente dissacrante poiché raffigurava il cristo in croce, la croce era però composta da tanti iphone. E’ un lavoro che subito mi ha fatto pensare a quanto, e forse nemmeno noi lo ammettiamo, siano internet e i cellulari la conseguente perpetrazione del nostro denaro. Appunto un nuovo credo, una nuova religione. 


Voi non ci crederete ma l’articolo era stato letto solo da pochissime persone. L’artista, che stimo, era già stato pubblicato su Outartlet circa due anni fa e aveva ottenuto ottimi risultati con le visualizzazioni.
Così ho pensato di cambiare immagine dell’anteprima. Ho volutamente scelto un’opera forte, d’impatto, al limite dell’osceno e del volgare. Anche se il dipinto in questione e il messaggio che trasmette non lo sono per nulla.


Qualcuno si ricorda dell’opera L’origine del mondo di Gustave Courbet? Un quadro delizioso, raffigura, come già si evince dal titolo, l’organo genitale femminile. Si può osservare dal dipinto questo busto di donna (non si vede il volto) sdraiato con leggermente le gambe dischiuse e in primo piano, l’origine della vita, appunto.
Questo artista contemporaneo ha dipinto la stessa opera di Courbet, cambiando però il soggetto, invece di una donna, un trans. Ho subito trovato che il tema sociale affrontato era molto importante.  L’opera vuol affrontare il delicato tema del trans gender e lo fa con un’immediatezza imparagonabile, lo fa mettendo il visitatore faccia a faccia con il problema, lo fa obbligando a guardare qualcosa che la maggior parte della gente non vorrebbe vedere.
Lo sapevo che mettendo un’immagine del genere avrei scaturito molte polemiche, ma ero pronta, e lo sono ancora oggi, a rischiare e a prendermi le responsabilità delle mie azioni per l’arte.

Perché l’arte non è solo un bel paesaggio, un quadro con i putti d’appendere in salotto. L’arte non è sempre bella, o giusta. L’arte riflette il mondo in cui vive, a volte riesce ad anticiparlo, o a farci riflettere. Questa è la missione dell’arte, non è di certo decorativa.

Dopo il cambio dell’anteprima, nel giro di tre ore, il post è stato visto da 7.860 persone e nel giro della giornata da 11.899 persone. C’è differenza vero? La cosa divertente è che il contenuto scritto non è mai cambiato e la cosa ancora più divertente è che la maggior parte degli “esperti dell’arte” non ha capito.

Mi sarei aspettata di essere segnalata come contenuto pornografico, oppure altre segnalazioni ma in verità non ne ho ricevuta nessuna.
Tra l’altro nessuno dei lettori abituali o delle persone non facente parti dei critici, esperti, dotti ecc del mondo dell’arte si è sentita offesa.

Non si può dire lo stesso per l’altra parte. Pochi hanno capito e chi lo ha fatto, ha subito centrato il tema sociale correlato all’opera. Molti hanno apprezzato ma tanti hanno insultato: “ è volgare”, “che schifo”, “che oscena”, “questa non è arte”, “dove è finita la vera arte” e così via. E allora ho pensato due cose, la prima è che sicuramente il dipinto da fastidio perché, come detto prima, ci obbliga a fare i conti con temi con i quali non vorremmo farne. La seconda, è un pensiero che ho generato: “Possibile che solo io o pochi altri, come critici d’arte, abbiamo capito il senso? Non è proprio la funzione del nostro lavoro e delle nostre competenze, riuscire ad avere la mente più aperta? Possibile che la maggior parte ci abbia visto qualcosa di così orribile da non dover essere affrontata?

Con mia estrema gioia, mi rincuora, che non sia successo solo a me. Premetto che sto facendo esempi mastodontici ma che forse fanno riflettere e anche divertire.


1) Il 15 aprile 1874 Louis Leroy, critico d’arte famosissimo nella Francia dell’epoca, scrisse una recensione sulla rivista Le Charivari della prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar. Dopo aver visto il dipinto di Monet Impression. Soleil levant, Leroy scrisse: La carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina. Infatti, all’epoca, per definire la prima mano di pittura o la prima stesura di carta da parati, si usava il termine impression. Un’impressione insomma, non un quadro, non di certo arte. D’allora il movimento si chiamò Impressionismo. Direi che forse, con il senno di poi, un pochino, Louis si è sbagliato.


2) C’è chi però dovette combattere non con una critica feroce ma bensì direttamente con la politica. Di chi sto parlando? Della bravissima e competente Palma Bucarelli, all’epoca direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma. Siamo nel 1959 quando la Bucarelli curò la celebre esposizione del Grande Sacco di Alberto Burri. Il senatore Umberto Terracini non approvò l’acquisto dell’opera e portò addirittura la questione in Parlamento dichiarando: Quale cifra è stata pagata dalla Galleria nazionale d’arte moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca e sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta Galleria.
Palma Bucarelli però aveva ragione, chissà cosa penserebbe Terracini alla vista della personale su Burri in uno dei musei più prestigiosi.


3) Un altro movimento che prende il nome da una critica? Il Fauvismo. Nel 1905 il critico francese Louis Vauxcelles, per sottolineare, in senso dispregiativo, l'uso selvaggio del colore di alcuni pittori che esponevano in quell'anno al Salon dè Automne, a Parigi. Utilizzò il termine Fauve, dal francese, selvaggio appunto. Anche se selvaggi le opere di Matisse e degli altri esponenti valgono milioni ora.


4) Ancora in Francia, questa volta ad non essere compresa è stata l’opera d’arte di Manet, la celebre Colazione sull’erba. Fu infatti rifiutata dalla giuria del Salon di Parigi e anche la più chiacchierata al  Salon des Refusés. Era scandalosa perché la scena ritraeva due uomini e una donna che facevano colazione, il problema era che gli uomini erano vestiti ma la donna era completamente nuda. La critica era proprio sul fatto che l’unica ad essere nuda fosse la donna e che questa nudità non fosse giustificata da un rappresentazione di divinità. Era semplicemente una donna nuda. Una cosa incettabile per l’epoca. Manet fece scuola, da Cezanne a Picasso, molti artisti ripresero il tema. 


5) Questa volta la critica è tra due grandi artisti del Rinascimento Italiano: Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti. Si sa che non vi era simpatia tra i due, ma il massimo fu raggiunto quando Da Vinci definì Buonarroti come un orso rozzo e la scultura come un mero gesto meccanico.


Alla fine la critica migliore è sempre il tempo e l’arte stessa. 

giovedì 22 ottobre 2015

PITTURA ANALITICA. RICERCA ANNI SETTANTA alla galleria d'arte democratica resPUBLICA



RESPUBLICA - Galleria d’Arte Democratica inaugura venerdì 30 ottobre alle ore 18 la mostra collettiva Pittura Analitica. Ricerca anni Settanta a Venaria Reale, dove resterà aperta fino a domenica 29 novembre. 
Curata da Luca Beatrice, l’esposizione si concentra sulla ricerca avviata negli anni Settanta da alcuni grandi artisti. La spoliazione degli elementi figurativi, la riduzione all'essenziale, il predominio della teoria sull'emozione, sono solo alcuni fattori di un tipo di pittura emerso oltre quarant'anni fa. La Pittura Analitica si presenta come un movimento, nonostante non esista né un manifesto né una dichiarazione d'intenti, di rottura in grado di assumere una posizione autonoma nei confronti delle altre esperienze artistiche dominanti all'epoca. La formazione di tale gruppo risulta piuttosto mobile e fluida, tanto da consentire a ciascuno di proseguire in interessanti carriere soliste. RESPUBLICA mette in mostra diversi lavori di otto importanti esponenti: Enzo Cacciola, Paolo Cotani, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli e Gianfranco Zappettini. L'esposizione si tiene alle porte di Torino, città ancora refrattaria al recupero della ricerca pittorica astratta degli anni Settanta. Né il contesto istituzionale, di cui i tentativi di ricognizione si perdono nel tempo, né le gallerie private hanno ancora riservato il giusto spazio critico alla Pittura Analitica nel territorio piemontese. Questa mostra si presenta, quindi, come un'ottima opportunità per conoscere le opere di alcuni suoi grandi interpreti. La mostra è accompagnata da un catalogo in italiano che, oltre al testo critico di Luca Beatrice, comprende una ricca selezione di opere. 


Email: info@respublicagalleriadartedemocratica.it 
Tel/Fax: +39 011 / 45 93 335 –
 Gsm: +39 338 / 76 62 473 
Piazza della Repubblica 1/E – Venaria Reale (TO-IT 10074)

mercoledì 14 ottobre 2015

L'arte contemporanea approda a Lecco. Il Movimento Debole di Nicolò Tomaini e Mario Morelli


I movimento artistici non nascono mai per casi fortuiti. Secoli orsono, come oggi, sono le affinità elettive a decretare la riuscita di un tale movimento. In una determina fase storica, animi mossi dalla stessa causa intellettuale, culturale e artistica, decidono di unirsi per creare “qualcosa” di meglio. Poi, nei primi del ‘900, alcuni artisti hanno deciso di imporsi e di dimostrare, non solo con i fatti, ma anche con il potere della parola, quanto fosse forte il messaggio che volevano trasmettere. E ci sono riusciti. In Italia ne abbiamo avuto casi esemplari, casi unici, che hanno portato l’arte a un livello mai raggiunto. Basti pensare al Futurismo o allo Spazialismo come eccellenze. 




Nel mondo dell’arte il termine movimento è strettamente correlato alla parola manifesto. Questi due significanti si fanno portavoce di evoluzione e rottura, permettendo di rispecchiare la società.
A Lecco, due artisti hanno fondato un movimento, grazie al loro lavoro la città lombarda sta diventando un centro di fondamentale importanza per l’arte contemporanea italiana.




Di chi sto parlando?
Di Nicolò Tomaini e Mario Morelli. Entrambi, con la loro pittura, riflettono sulle dinamiche del nostro tempo affrontando le dimensioni più angosciose e meno sviluppate della società contemporanea.




Lo storico dell’arte Michele Capasso, curatore della mostra, definisce la produzione di Morelli come pittura materica che grazie alla tecnica dei pastelli ad olio conferisce ai suoi dipinti un’anima e attraverso l’iper realismo nei volti dei suoi ritratti, dalla resa delle rughe dell’epidermide allo sguardo straniante, ci trasmette una sensazione alienante di chi vive il nostro tempo. Tutto questo è attenuato dalla presenza di elementi disturbatori dal sentore Pop-contemporaneo. Ciò che viene percepito dallo spettatore è un senso di inquietudine.
Nicolò Tomaini ha il medesimo approccio verso la cultura contemporanea e grazie all'utilizzo iconografico di simboli pop 2.0, come i loghi dei social network, per esempio facebook e twitter, denuncia la società odierna a 360 gradi, sia a livello politico che sociale. I suoi lavori manifestano una poetica che trae spunto dalla filosofia post modernista e dalla caduta delle “Verità Forti” come sottolinea Capasso.




Tomaini e Morelli presenteranno il loro movimento con una mostra che potrete visitare dal 24 Ottobre alle ore 18,30 presso la Galleria Bertoletti di Lecco. Inutile dirvi che il contemporaneo ha trovato una nuova sede e io ne sono profondamente felice.

Vi lascio a qualche parte del Manifesto del Movimento Debole. Buona lettura



Teorizzazione del Movimento Debole

"Caduta l'idea di una razionalità centrale della storia, il mondo della comunicazione generalizzata esplode come una molteplicità di razionalità "locali" - minoranze etniche, sessuali religiose, culturali o estetiche- che prendono la parola, fìnalmente non più tacitate e represse dall'idea che ci sia una sola forma di umanità vera da realizzare, a scapito di tutte le peculiarità, di tutte le individualità limitate, effimere, contingenti.  " - G.Vattimo - la società trasparente 

- "noi" prendiamo in prestito la parola "debole" dal pensiero filosofico di Gianni Vattimo; democraticamente non condividendone le sfaccettature politiche nella sua interezza

- "noi" siamo consapevoli, ma in futuro potremmo anche non esserlo più,  che attualmente non esistano verità assolute; o che comunque l'essere umano allo stato attuale non è' ancora in grado di poterle cogliere a pieno. l'avvento dei nuovi sistemi di comunicazione abbiano radicalmente cambiato le prospettive per la costituzione di una Morale unica e valida per tutta l'umanità. La velocità nello scambio di informazioni attraverso strumenti quali smartphone o tablet rende palesi tali "divergenze culturali" che contraddistinguono le diversità di ogni minoranza etnica, religiosa o culturale distribuita in qualsiasi angolo del pianeta.

- "noi" siamo consapevoli che non esista una verità etica oggettiva : un "giusto" o "sbagliato", un "bene o un male"  universalmente validi, siamo gli ultimi portavoci , in ordine di storia, di tale verità

- "noi" siamo consapevoli che dipingere un assassino, un drogato, un telefonino, una donna tatuata, un transessuale con "l'uccello" in primo piano, un'applicazione del tuo e nostro smartphone non abbia alcuna valenza di giudizio morale, prescindendo dunque dal "giusto o sbagliato", ma sia semplicemente la trasposizione, su qualsiasi tipo di supporto, di alcuni aspetti della realtà contemporanea, i quali possono, in un secondo momento, divenire spunto di riflessione.

- "noi" siamo anche consapevoli che, alcuni di noi, si vogliano assumere la responsabilità di pronunciare un giudizio  circa la realtà globalizzata che ormai ci circonda, cercando di definirne soggettivamente le peculiarità e gli aspetti negativi.

- "noi" siamo consapevoli che negli ultimi anni sia nato un nuovo tipo di linguaggio sostenuto dall'utilizzo dei nuovi sistemi di comunicazione quali Smartphone o tablet: un linguaggio sintetico, veloce, di facile interpretazione e costituito dai cosiddetti "emoticon" che diventano rapida espressione dei differenti "stati d'animo" dell'uomo.

- "noi" siamo consapevoli che l'affermazione dell'essere umano, oggi, passi anche attraverso gli "upload" su Facebook,i video su YouTube, i "cinguettii" di Twitter o gli "hashtag" di Instagram.


- "noi" siamo consapevoli che l'arte sia espressione sia dei valori sia delle tensioni del panorama contemporaneo e che quindi, la velocità nel passaggio di informazioni virtuale sia una delle nuove forze espressive dell'evoluzione umana.

- "noi" siamo consapevoli che la comunità scientifica abbia  migliorato qualitativamente diversi aspetti della vita,umana e non, e che il dialogo interdisciplinare con le materie più strettamente umanistiche ( quali ad esempio la filosofia, la religione... ) sia attualmente necessario al fine di una "conoscenza" più completa sia in termini logici quanto morali.

"Noi" siamo consapevoli che lo  smartphone abbia sostituito completamente la valenza culturale che il televisore aveva per l'arte popolare, l'utilizzo di tale strumento è' dunque presenza costante in alcuni dei nostri lavori.

- "noi" siamo consapevoli, ad oggi, di non essere pienamente consapevoli di chi "noi" siamo in realtà...