mercoledì 24 febbraio 2016

Approssimativamente oggi. Mario Schifano, Enrico Manera, Nicolò Tomaini



La mostra Approssimativamente oggi. Schifano, Manera, Tomaini, realizzata per Atene Galleria d’Arte dal gallerista Massimo costa, ha l’obiettivo di mettere a confronto tre generazioni di artisti: Mario Schifano, Enrico Manera e Nicolò Tomaini. Ad accomunarli è la stessa visione della società, essi hanno capito il linguaggio dei media e lo hanno plasmato, usato, smembrato e violentato a loro piacimento. Tutti e tre hanno cavalcato l’onda del pop, nell’aggettivazione di “popolare” per far arrivare il loro pensiero al pubblico. Un meraviglioso racconto dei nostri tempi, dei cambiamenti sociali, anche di quelli ancora in corso. La loro arte è capace di interconnessioni artistiche, di lucidità spiazzante e di grande talento.
Mario Schifano, uno degli artisti più importanti della seconda metà del ‘900,  fu un anticipatore in tutto quello che fece nella sua vita. A partita dagli anni ’60, quando abbandona il  monocromo per passare all’appropriazione di alcuni elementi del panorama segnaletico pubblicitario, ricordiamo lo scudo della Esso e la Coca-Cola, trasformandoli non in contestazione o accettazione ma in strati di pittura, copiosa, generosa, unica; ma mentre lo faceva, mentre veniva considerato l’erede legittimo di Andy Warhol,  già stava superando anche quel periodo, tornando ai paesaggi, a volte frenetici, indici di un Futurismo mai finito, alla pittura mai superficiale, insieme materica e concettuale. Ed è proprio la pittura, in un momento metafisico e anti plastico, ad essere usata come mezzo privilegiato. Schifano deve e ha bisogno di dipingere, come dichiara lui stesso durante un’intervista per la Rai,  privilegia la pittura già dagli anni ‘60 e ‘70 prevedendo quello che poi sarebbe accaduto con le Transavanguardia negli anni ‘80. Tutto questo porta ad un concretismo, ad una comprensione del linguaggio mediatico, argomento ancora poco analizzato per l’epoca.  In alcuni momenti è l’artista contemporaneo più vicino a Manzoni, in altri è più vicino a De Chirico, molto più probabile è la sua unicità.
Questo è possibile grazie al carattere duplice dell’artista: da una parte uomo di mondo, contemporaneo e inserito nei circuiti sociali dell’epoca, dall’altra l’artista che assorbe i cambiamenti e li anticipa, estraniandosi da essi. Mario li espone con sicurezza e, come dichiarava spesso, con infantilismo, ma non nell’accettazione negativa, quanto in quella positiva, un infantilismo capace di donargli una libertà che le regole dei “grandi” non permettono. Il suo essere anticonformista ma sempre presente riesce a darci uno specchio veritiero del nostro tempo, di quello che è stato e di quello che è oggi.


Enrico Manera, etichettato anche lui troppo spesso come artista pop è in verità uno degli artisti della seconda metà del ‘900 più sensibile che io conosca. Sempre vicino ai salotti e agli artisti della Pop Art italiana, non ne ha mai aderito pienamente. Definito da Duccio Trombadori : “un cane sciolto” Manera è lo sguardo lucido, coraggioso e impetuoso che serviva all’Italia in quegli anni. Un’artista amichevole ma solitario per sua stessa natura. Troppo amante della giustizia per non avvertire cosa accade intorno a lui, che egli denuncia nei migliori dei modi, cavalcando il linguaggio dei media. L’artista estrapola i caratteri iconografici predominanti della generazione pop e del sogno americano, passando per Andy Warhol arrivando alle star di Hollywood. Il mezzo utilizzato non è importante quando il messaggio che trasmette. Manera è un guerriero nella società come il suo Batman, è un eroe che cavalca nella notte e restituisce tutte le ingiustizie del nostro mondo.
L’artista ha la capacità di denunciare, senza far uso della facile ed abusata spettacolarizzazione, grazie all’utilizzo dello stesso linguaggio mediatico e visivo che ormai sentiamo come nostro, appunto famigliare. Enrico si avvicina alla tecnica della Pop Art  quando ormai era considerata superata, questo accade perché Manera aveva capito una verità fondamentale: ogni artisti ed ogni critico d’arte del nostro tempo non può fare a meno di avere a mente che il periodo della Pop Art  non è mai finito, è in continuo sviluppo e lo è grazie alla società che ci circonda, ai media, ai social, ad internet, alle tv prima ed a Youtube poi. La Pop art si è rinnovata, passando per Op Art e tornando ad essere solo pop,  non è priva di contenuti, semmai è la corrente artista più lontana dal superficiale che ci sia. I suoi lavori, a prima vista, dal carattere divertente e  fumettistico, diventano in-etichettabile, e ci donano una sensazione di alienamento. Manera porta dentro di sé una tale umanità che gli sarebbe impossibile non mostrarci la verità, una verità necessaria ed etica. Basti pensare all’opera Transfert, alla sua Marilyn, metà warhliana e metà egizia. Cosa ci è rimasto della vera Marilyn Monroe, e non dell’iconografia delle bellezza? Lei era una persona, non un personaggio. Ora, invece, è una reliquia archeologia, vittima del sistema cinematografico.
Oppure la denuncia contro la pena di morte con l’opera Sedia Elettrica, un richiamo a Bacon, un dolore consapevole che egli mostra con semplicità disarmante, capace di farsi sentire addirittura fuori dall’Italia, oltre oceano. Quello che però più di tutto colpisce è la silenziosità del suo essere spettatore, Manera assisteva alla vita, a volte (necessariamente) chimica dell’amico Schifano, assisteva alla politica in Italia, agli anni di Piombo, assisteva agli anni ’80, assisteva e capiva. Paradossalmente faceva lo stesso procedimento logico di Schifano. In mente entrambi avevano una visione futuristica dei prossimi anni.


Se Manera è collega e amico di Schifano, Nicolò Tomaini è il degno erede di entrambi. Tomaini affronta un nuovo livello mediatico, fatto di social media e nuovi linguaggi. Un mondo che ha drasticamente cambiato le proprie abitudini di vita quotidiana, un mondo che vede avverarsi i prognostici di Orwell, dove i famosi quindici minuti di popolarità decretati da Warhol sono definitivamente superati e sono diventanti ore intere, di auto-video su Youtube ed internet. Ma quali sono questi nuovi media? Facebook e Twitter sono i primi social network a cui l’artista dedica attenzione. Di forte impatto la svastica con la f di Facebook, ormai diventata celebre, lo stesso viene fatto per il simbolo del partito comunista. Oppure l’uomo impiccato ad un albero dalle fattezze della già citata f di facebook, con il famoso uccellino di Twitter che lo sorvola. Ancora e Ancora denunce, che l’artista fa, riuscendo, anche lui come Schifano, a vivere una duplice realtà, fatta di un mondo con cui ormai dobbiamo per forza fare i conti. Successivamente superata l’iconografia dei brands e il materialismo pittorico eccolo utilizzare appieno i mezzi comunicazionali contemporanei, gli Iphone di ultima generazione, impalati, come tessere di un domino, come reliquie del mondo di oggi, ognuno dei quali mostra una lettera formando la parola Ego. La nostra schiavitù è compiuta. Sempre della serie dell’Iphone è la scelta di utilizzarli per una crocifissione. Li, il Cristo è esposto al dolore, su una croce di cellulari, Tomaini sembra chiederci: Chi è uomo? Chi è Dio? L’uomo odierno è crocifisso dalla tecnologia? La risposta la conosciamo già. Il nuovo dio è consumismo. Se la gente prima “faceva la coda” per andare a messa, ora la fa per andare a comperare l’ultimo modello di smartphone, negli anni della seconda metà del ‘900 la faceva per vedere la partita alla televisione, e questo l’aveva capito anche Schifano, celebre, infatti, è l’opera Abita a casa del diavolo che realizzò per i mondiali di calcio del ’90, colori verdi, lucidi, smaltatiti, una casa dal tetto di color rosso vivido.
Nicolò Tomaini è un’artista che cavalca il proprio tempo, non si ferma mai, il suo lavoro è fonte di una ricerca continua, che passa dalla filosofia all’estetismo. Il concetto è la fonte di ogni pennellata e di ogni scelta. Il profondo rispetto che ha verso i suoi predecessori lo incita ad uno studio sempre più accurato e lo spinge verso fonti nuovi e mai banali.
Mario Schifano, Enrico Matera e Nicolò Tomaini riescono in imprese artistiche ardue, prima di tutto non conformano il loro stile alla moda del tempo, ma è la moda che si conforma a loro, secondariamente la loro arte è come un’arma potente, capace di far ragionare. Una visione già chiara di come i media ci influenzino. I loro lavori sono piccole sfere di cristalli, squarci temporali, da dove noi possiamo vedere il futuro. Come Schifano aveva capito l’importanza della tv, Tomaini comprende quella dei social e Manera quella della propaganda e del cinema. Questi mezzi, innocui superficialmente, sono entrati sempre di più nella vita di ognuno di noi, comandandola, cambiandola e ampliandola.
Mettere questi artisti nella categoria Pop Art o Op Art sarebbe troppo riduttivo, non cercano la superficie ma la usano, la plasmano, e creano qualcosa di nuovo. Fondamentale per far ciò è il mezzo pittorico, un ritorno al ritorno, una chiara dimostrazione di come il concetto, attraverso la pittura, abbia la stessa forza di altre forme più privilegiate ultimamente.


mercoledì 10 febbraio 2016

Quando fare le mostre nasceva dall'amore per l'arte e non per business


Una volta le mostre si realizzavano per amore dell'arte. Ora non è più così, soprattutto in Italia, sono pochi quelli che decidono di rischiare, di realizzare mostre per il solo gusto dell'arte. E chi lo fa, molto spesso, non tratta arte ma semplice mediocrità. Insomma, ci troviamo in un meccanismo d'impasse. Molti artisti emergenti cercano di realizzare mostre, ma sono, molto spesso, sfruttati da pseudo gallerie, location in affitto a prezzi assurdi, mascherati da trampolino di lancio. Gli artisti, mortificati da questa situazione, non fanno altro che soffrire e risentirne, adagiandosi in questo meccanismo. 
Una volta, non era di fondamentale importanza dove fosse lo spazio espositivo, come fosse l'allestimento ecc.., una volta se si chiedeva ad un artista di esporre, e lui era emergente accettava di buon grado. Ora esiste lo snobbismo da principiante.
Non è forse più importante esporre che dove si esporrà? Il meccanismo del mercato dell'arte ha forse intrappolato l'atto creativo?


Prima di tutto, penso che non sia importante il dove e il come, ma il cosa. La qualità è fondamentale, molto spesso questo viene dimenticato, per far posto alla superficialità, alla menzogna, che nell'arte, prima o poi, viene sempre scoperta. E' come un libro con una copertina stupenda, ma con le pagine bianche, vuote. Si può avere uno spazio bianco, il classico "White Cube", ma se poi ci si pone arte mediocre è inutile esporre.


E allora perchè non dare degli esempi? Quali personaggi hanno fatto il processo inverso a quello di oggi?


Hilla Von Rebay. Considerata la prima curatrice del Guggenheim Museum, quando ancora questo era solo un'idea, un sogno di lei e di Solomon Guggenheim. Fu la baronessa Hilla Von Rebay, nata a Strasburgo, a guidare Solomon nell'arte astratta di quei tempi (siamo negli anni 20-30), fu sempre lei a realizzare mostre nella stanza del Plaza Hotel dove soggiornava. Un progetto ambizioso, una cultura infinita per questa donna che riuscì a creare mostre in una stanza di hotel. Chi l'avrebbe mai detto che uno dei musei più importanti al mondo fosse nato in un albergo.


Walter Hopps. Considerato un "outsider" della storia dell'arte, è ricordato come uno dei più grandi direttori e curatori del '900. Walter iniziò con nulla, anzi dal nulla e quello che decise di fare fu di mostrare l'arte, tutta l'arte, senza distinzioni di classe o altro. L'importante era mostrare l'arte contemporanea. 
Un seminterrato e budget zero, furono quelli i presupposti per una mostra epica che ha fatto scuola lanciando Hopps verso i grandi dell'arte. 
Un'altra volta, espose le opere degli artisti su una giostra, perchè a dire suo "alla gente piace l'arte, anche nei posti più comuni".


Piero Manzoni. Erano gli anni '60 e Manzoni, insieme ad altri artisti, erano poco conosciuti, anzi per niente. Si ritrovavano nel quartiere di Brera a Milano, nello storico locale frequentato da giovani artisti. Ma spiccare era difficile, soprattutto per chi stava rivoluzionando l'arte fin ora conosciuta. Una delle prime mostre dell'artista furono organizzate da lui stesso, come la maggior parte della sua auto promozione. Il retro di un negozio, e solo tanta volontà. Manzoni riuscì anche a far parlare di se, mettendo all'ingresso della mostra diverse ragazze vestite alla moda e con gli occhiali da sole, che per quegli anni, fecero molto parlare. 


Ma questi sono solo tre esempi, quelli che mi sono rimasti nel cuore. Una cosa è certa, quelle mostre, avevano qualcosa di speciale, nascevano dalla passione, erano atti eccezionali di libertà artistica.